domenica 26 giugno 2011

26 giugno 363: morte di Flavio Claudio Giuliano

In questa data, nel 363, moriva Flavio Claudio Giuliano, l’imperatore che i cristiani hanno poi chiamato “Apostata” perché fu il protagonista di un grandioso tentativo di far rivivere la religione pagana, il primo nel corso dei secoli e l’ultimo della tarda antichità. In questo senso possiamo, portando la questione all’estremo, definirlo il primo dei neopagani: si trovava ad agire in un contesto culturale e sociale che si andava permeando di cristianesimo e sapeva benissimo che non sarebbe stato possibile riportare in uso pratiche il cui significato si era già perso, ma capiva l’importanza di un’alternativa religiosa al cristianesimo che poggiasse su basi filosofiche. Fino ad allora, infatti, non c’era mai stata la necessità di definire il paganesimo, l’idea degli Dèi, il senso dei riti, un po’ perché lo si dava per scontato, un po’ perché le diverse religioni politeiste non entrarono mai in conflitto tra loro per quanto riguarda i principi religiosi o la realtà degli Dèi, un po’ perché non c’era mai stato un sistema così radicalmente diverso come il cristianesimo.

Ma Giuliano non era un idealista e si rese conto subito che una delle cause dei successi cristiani nella società era l’attivismo delle organizzazioni cristiane in campo sociale, là dove lo stato era venuto meno:

“Organizza molti alloggi in città, in modo che gli stranieri possano usufruire della nostra umanità, e non i nostri soltanto ma anche gli altri, chi ne ha bisogno. Ho già provveduto a che tu abbia disponibilità di mezzi, assegnando ogni anno a tutta la Galazia trentamila moggi di grano e trentamila litri di vino. Di questi un quinto deve essere impiegato per i poveri che sono al servizio dei sacerdoti, il resto per gli stranieri e i mendicanti che vengono da noi. E’ vergognoso che tra i giudei non ci sia neanche un mendicante, e che gli empi galilei mantengano non solo i loro ma anche i nostri, perché da parte nostra mancano di aiuto. […] abitua le persone di cultura greca a queste forme di beneficenza, mostrando loro che sono da tempo nel nostro costume: Omero fa dire ad Eumeo “Straniero, non mi è lecito, se anche venisse qualcuno peggiore / di te, disprezzare uno straniero: vengono tutti da Zeus /gli stranieri e i mendichi: è caro anche un piccolo dono” [Odissea XIV, 56-]. Noi non dobbiamo accettare che siano altri ad imitare le nostre buone usanze, mentre noi ci avviliamo nella pigrizia e trascuriamo il culto degli dei” [Lettera 84, indirizzata ad Arsace, trad. G. Paduano in Il racconto della letteratura greca]

Lo stato romano aveva avuto sistemi di ridistribuzione della ricchezza, che poco alla volta erano venuti meno sotto l’impero, probabilmente cresciuto oltre le proprie capacità di sostentamento.

Uguale importanza Giuliano diede alla cultura: aveva una notevole preparazione filosofica e letteraria, che si trova nei suoi scritti (compresi i frammenti del suo Contra Galilaeos, che ci sono giunti attraverso la confutazione, a sua volta giunta a frammenti, di Cirillo d’Alessandria – proprio quel Cirillo che sarà il mandante del linciaggio di Ipazia). Tra i suoi editti più restrittivi contro i cristiani ci fu la proibizione di insegnare nelle scuole: non avrebbe potuto insegnare correttamente Omero chi disprezzava gli Dèi che comparivano in ogni verso delle opere!

La sua opera fu breve (appena un paio d’anni da imperatore) ma intensa: ma la domanda che ci si vuole porre qui come progetto del Giorno Pagano Europeo della Memoria è “Come si può onorare nel presente la sua opera?”

Anche chi non condivide le basi neoplatoniche della sua filosofia pagana può però rendersi conto che la situazione in cui ci troviamo oggi è simile a quella in cui si trovava Giuliano: abbiamo tutt’attorno idee monoteiste sulla vita, sull’idea di religione e della divinità, che rischiano di influenzare anche la ricostruzione del paganesimo. Prendiamo quindi esempio da Giuliano: mettiamoci in gioco. Scriviamo i nostri inni, studiamo, impariamo, riflettiamo sul nostro essere pagani e cominciamo a comunicare le nostre riflessioni; dobbiamo essere i primi a voler vivere il nostro paganesimo e non semplicemente “ricostruirlo” come se si trattasse di un’operazione scientifico-filologica condotta su un qualcosa di estraneo a noi.

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